Prof. Paolo De Paolis su La Stampa: “Occorre recuperare il rapporto fiduciario tra paziente e medico”.

Il professor Paolo de Paolis, direttore della chirurgia d’urgenza e P.s. presso l’Ospedale Molinette di Torino, presidente eletto della Società Italiana di Chirurgia, in una lettera indirizzata al direttore del quotidiano “La Stampa“, commenta la recente inchiesta sulla violenza ai danni dei medici dei raparti di Pronto soccorso italiani.

Qui di seguito il testo:

 

Gentile direttore,

l’inchiesta sulle aggressioni ai medici del Pronto soccorso, a firma Giacomo Galeazzi, pubblicata su La Stampa lunedì 2 luglio, mette in luce un fenomeno che noi operatori del settore viviamo quotidianamente, percependone il preoccupante aumento e l’impossibilità di poter agire per arginarlo. Esaminando con attenzione i dati del sondaggio di Anaao Assomed si evince, infatti, che ci troviamo di fronte a una triste realtà tutt’altro che occasionale, diffusa nei Pronto soccorso, in corsia e nelle sedi della guardia medica. Si è persa quell’aura di protezione e salvaguardia che caratterizzava solitamente l’operato del medico, del chirurgo e della stessa istituzione ospedaliera. La sensazione di non assistenza e cura che oggi il paziente prova, legittima o meno, unitamente ai casi di malasanità, spinge determinati soggetti a sentirsi padroni anche in quei luoghi, come i nostri nosocomi, in cui non avrebbero alcun diritto.

Nel corso della mia attività di chirurgo e primario del pronto soccorso anche recentemente ho dovuto assistere a tali eventi. Una dottoressa che operava nel reparto di degenza è stata ripetutamente strattonata e offesa dai parenti di un paziente, perché questi ritenevano di non dover lasciare il reparto e la stanza durante la visita, nonostante fossero stati gentilmente invitati ad allontanarsi per qualche minuto. Ordinaria quotidianità che ha del paradossale, se si pensa che tutto ciò avviene ai danni di professionisti che si stanno prendendo cura di un nostro congiunto.

Tra le numerose soluzioni proposte per arginare il fenomeno, la più accreditata sembrerebbe essere l’aumento dello stato di sicurezza delle nostre strutture ospedaliere, con l’aumento di barriere e controlli. Ma l’ospedale non può diventare una caserma, considerando anche la direzione opposta verso cui sta correndo la sanità oggi: ospedali sempre più aperti, con la possibilità di ospitare i parenti il più tempo possibile in reparto. Siamo quindi di fronte a un problema, da una parte, culturale, cioè di rispetto e apprezzamento della figura del medico e delle strutture, e dall’altra parte, di miglioramento delle performance che le aziende ospedaliere devono offrire. È chiaro che se si prolungano i tempi di attesa di un ricovero o di una prestazione, il cattivo risultato è foriero di atteggiamenti aggressivi. Bisogna quindi rendersi conto che determinate situazioni risultano inaccettabili e andrebbero evitate per non portare all’esasperazione pazienti e operatori che nulla possono sulle eventuali inefficienze della struttura.

È prioritario, quindi, individuare e risolvere i problemi organizzativi e dimostrare che il medico agisce a tutela del cittadino ed è in grado di fornire tutte le risposte necessarie. Solo così recupereremo il rapporto fiduciario tra paziente e medico, che sarà nuovamente considerato un alleato e non un nemico che nega un diritto.

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